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[...] Lo scultore Giancarlo Ermacora ha elaborato una sorta di mitologia contadina, un’invocazione a difesa e contro o per assecondare i moti della natura in luoghi da cui in giornate terse vedi spuntare il campanile di Aquileia e qualche volta ancora rifrangere il bagliore a squame di pesce iridescente della laguna.

In capo al filare delle viti l’artista costruisce una forma simbolica la cui struttura richiama direttamente i pali di sostegno (un inganno, una mimetizzazione e nello stesso tempo, una sorta di campo magnetico atto ad attirare su di sé ogni sorta di energia). La forma più semplice e, naturalmente la più congeniale allo scopo è cioè quella che comunemente si può, sia pur arbitrariamente chiamare totem.

I totem, cinque in tutto, sono delle strutture verticali in legno di quercia incastrate e inchiavardate saldamente fra di loro. Di tanto in tanto una fessura li trapassa da parte a parte a distanze irregolari, in modo da cogliere il balenare di un raggio di sole, all’alba o al tramonto, mentre, man mano che si arriva alla cima (quattro metri dal terreno), una complessa serie di forme in ferro, inox e ceramica si sviluppa fino a definire simbologie strettamente inerenti ai temi del lavoro della terra, del vigneto, del moto del sole e della luna cosi determinanti al tempi dell’agricoltura, e della storia che qui è trascorsa, ha scavato ed è tramontata.

Per primo il sorgere pieno del sole in acciaio inox come spaccato in due dall’emergere della cima, che scintillerà ai colori delle stagioni al suo moto, poi l'apparire della luna nelle sue varie fasi che sovrintendono il crescere, il dondolare dei grappoli e il loro incenerirsi sotto la fredda luce, mentre la struttura potente della vanga, da un ricalco violento e sfavillante, dà il senso della fatica del lavoro anche se oggi i piccoli trattori che ronzano insistenti come api operose sembrano averla resa obsoleta.

La storia arriva con le forti e barbariche tensioni dei longobardi che innalzano il luccichio delle loro lame in cime al legno dilatandosi come asce di guerra e il mondo dei patriarchi, avanti alle bianche mura dell’Abbazia di Rosazzo, si erge nella forma dei copricapi curvi su cui brilla, vecchia e potente come un allegoria, la foglia d'oro vecchio che il tempo la neve e il gelo le brine e le piogge sicuramente morderanno.

Così alla fine di un tempo irrimediabilmente perduto e negli incerti e cupi inizi di uno nuovo, l'arte erige i suoi misteriosi e millenari strumenti per collegare le radici del cielo con quelle della terra.

Tito Maniacco